La scorsa settimana, prima che la neve ci seppellisse, una mia compaesana è passata da me a ricordarmi che una comunità si fonda sul dono, sullo scambio gratuito (non sul baratto), sui gesti di condivisione amorevole.
Mi ha portato un po' della sua pasta madre e il calore di un gesto gentile.
Il pane è vita, il pane è quello che non manca mai sulla tavola, il pane è il fulcro della cucina.
Ora il pane è un legame in più tra di noi, l'affetto di questa donna che ha voluto condividere qualcosa con me si rigenera ad ogni rinnovo della pasta ed è con noi nel momento importante del nutrimento.
Quel pane ha accompagnato mio marito nelle gelide notti di assonnato lavoro, insieme a del buon formaggio e da thermos di tè caldo.
Quel pane è stato la merenda dei miei bambini.
Quel pane è stato consolatorio per me che lo sbocconcellavo in attesa di avere notizie del marito, fuori da tante ore per tenere aperte le strade.
Quel pane è stato il fulcro di un momento di comunione tra i miei figli e me, che lo abbiamo impastato insieme.
Che gesto bellissimo è stato quello della mia amica! Piccolo eppure così importante.
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martedì 4 febbraio 2014
lunedì 27 gennaio 2014
Osservare la natura.

In questi anni passati in mezzo alla natura, osservando le differenze tra una stagione e l'altra, mi sono resa conto di come, ciclicamente, ogni anno ci sia una qualche strana abbondanza da una parte e qualche miseria dall'altra.
Quest'anno non ci sono molti topi, al contrario dell'anno precedente; funghi, invece, ce n'erano molti e di ogni sorta (anche se continuo a non trovare porcini nemmeno per sbaglio!), come hanno abbondato, purtroppo, bruchi e farfalle, che hanno preso di mira le verdure a foglia larga e sono arrivati a compiere la propria metamorfosi persino in casa!
In primavera inoltrata, maggio-giugno, il prato brillava di "maggiolini", coleotteri verde smeraldo e blu, come gioielli, che hanno invaso anche gli alberi da frutto e i cespugli di rosa canina, devastandone i fiori.
Il ciclo della vita invece riparte con un'annata ricca di bacche e frutti per gli uccelli, che probabilmente il prossimo anno saranno prosperi e in leggero sovrannumero; da qualche inverno non vedo più i gracchi alpini calare in paese in cerca di cibo, sono curiosa di vedere se il prossimo inverno arriveranno: in teoria dovrebbero essere di più e più affamati, quindi mi aspetto di vedere di nuovo le loro ali nere coprire i tetti e i loro gridi rochi pretendere qualche tozzo di pane duro.
Ci sono state estati coi muri dei capanni di legno pieni di enormi falene, grandi come passerotti... non ne avevo mai viste così! L'anno in cui è nato il mio primo figlio l'aria era colma di farfalline azzurro-polvere, piccole e delicate, una gioiosa scoperta per me.
Ci sono annate colme di certi fiori, a volte sono gigli, altre con cespugli colmi di fiorellini odorosi a profumare il bosco, quest'anno erano i maggiociondoli ad essere stracarichi di grappoli di fiori gialli.
Poi ci sono gli anni di abeti curvi di pigne: ho letto su un libro (questo, mi pare) che si chiamano "anni di pasciona", annate in cui le piante da ghianda (da noci, da pigne) sono particolarmente prodighe e i piccoli roditori vivono nell'abbondanza.
Poi la Natura si ri-equilibria da sola: l'anno successivo ci saranno più animaletti mangia-ghiande, quindi meno ghiande e successivamente anche il numero della popolazione dei roditori calerà spontaneamente per mancanza di cibo, anche perché una pianta, dopo aver usato tante energie per produrre un eccesso di frutti, nell'anno successivo calerà drasticamente la produzione, offrendo ancor meno cibo agli animali.
E tutto questo ha una sua logica, anche se spesso siamo troppo lontani dai boschi e dai prati per capirla; sono strategie adottate nel corso dell'evoluzione, perfezionate per la sopravvivenza della specie, anche a discapito del singolo.
Purtroppo questi mutamenti, queste ciclicità ormai le posso notare solo sulle piccole creature e sulle piante selvatiche, dato che sulle bestie più grandi influisce troppo la caccia di selezione (nome fuorviante...) e la mano dell'uomo in generale.Però alcune cose le ho scoperte comunque, come perché ci sono sempre più cervi e meno caprioli: il cervo ama stare nel bosco, mentre il capriolo ha bisogno di più prato; i prati in altura, abbandonati dalle falci ormai da molti anni, si stanno tramutando in boschi, quindi l' habitat preferito dagli imponenti ed affascinanti cervi (senza contare lo zampino di certi cacciatori che preferiscono predare i caprioli, più richiesti anche dai ristoratori).
La Natura è meravigliosa e affascinante, da quando vivo vicino al bosco e coltivo la terra me ne accorgo sempre più. Ogni anno scopro qualcosa, ogni stagione imparo di più. Tutto è collegato, la Terra e i suoi esseri viventi, le scienze e l'agricoltura, noi e gli animali.
Non smetto mai di rimanerne incantata.
giovedì 19 dicembre 2013
Bulli e Pupe
Tutto intorno licei pieni di disinteresse, omertà e ignavia, quando non complicità.
Certo, gli sceneggiatori ci dicono che la vittima, il nerd, avrà poi la sua rivincita, ma non credo sia poi un così buon insegnamento.
Intanto perché, se e quando questa rivalsa avviene, avviene solo perché si scopre che in realtà l'emarginato eccelle segretamente proprio in quei campi che vengono considerati "importanti": la moda, l'estetica (ti sembra brutto/a perché porta gli occhiali, l'apparecchio e i vestiti non alla moda, ma poi, di nascosto, si trucca, si mette le lenti e qualcosa con un brand addosso et voilà! Ecco la trasformazione da bruco a farfalla!), il ballo o il canto.
Poi perché stiamo passando l'idea che questo sia l'unico modello comportamentale a disposizione.
Quindi i bambini, che non sono mica stupidi, sanno benissimo che il modello che gli stiamo proponendo è quello di "bello, ricco, alla moda" = "potente, ammirato". E sanno anche perfettamente che non ci crediamo nemmeno noi quando gli raccontiamo la storiella che la prepotenza non paga.
E si comportano di conseguenza.
Bambine di otto, nove, dieci anni ormai si rapportano agli altri basandosi su dinamiche malate, proposte da adulti ad un pubblico teoricamente adolescente, ma ormai dati in pasto senza alcun controllo critico già a bambine della scuola dell'infanzia, senza alcun controllo.
I bambini veri, quelli che ancora vengono cresciuti senza queste allucinanti proposte, non possono che soffrirne, perché non sanno come difendersi, non capiscono tali rapporti, non ne vedono (giustamente) il senso.
Ma anche questi poveri figli della televisione ne soffrono e ne soffriranno, per quanto in modo diverso, perché vengono privati di un'infanzia vera, pulita, sincera, naturale; un'infanzia in cui esistono, ovviamente, screzi, liti e piccole e grandi cattiverie, ma sono in qualche modo limitate e "spontanee".
Troppo spesso quindi sottovalutiamo i bambini e le nuove forme di bullismo e di rapporti (dis)umani che a volte creano perché non teniamo conto dei modelli sociali che gli presentiamo fin dalla più tenera età.
Noi dobbiamo mostrare ai bambini altre possibilità, altri modelli, un'altra maniera di vivere in società. Un modo di rapportarsi migliore, meno prepotente e meno succube.
Dobbiamo gettare le basi per creare una società almeno un po' più giusta, perché provarci è il minimo.
Perché per migliorare il mondo si comincia dalle famiglie, dalle comunità, dalle scuole, dai paesi.
Perché non possiamo continuare a delegare e lamentarci: dobbiamo impegnarci per primi per migliorare.
Lo dobbiamo ai nostri figli e, perché no, a noi stessi.
mercoledì 4 dicembre 2013
Un cestino per la nonna
Dopo aver preparato il cesto per la nonna materna di Iuri, l'ho guardato attentamente e la semplicità del suo contenuto mi ha colpita.
Positivamente, ovvio.
Un senso di benessere e di orgogliosa pace ha invaso la mia mente ed il mio cuore nel rendermi conto dell'amore che impregnava quelle poche, semplici cose.
Una bottiglia (riciclata) con del brodo. Brodo fatto con le verdure del mio orto, le erbe aromatiche che ho raccolto qui intorno e i pezzi più "difficili" di una gallina del pollaio di mia suocera, più qualche ottima crosta di formaggio locale, ripulita e preziosa.
Un pezzo di crostata. Ho fatto la frolla col burro delle malghe locali e le uova delle galline della nonna e la marmellata con le pere e le mele che la nonna ha raccolto da un frutteto in stato di abbandono, più un pizzico di zenzero e di cannella del commercio equo. Ho rivisto con gli occhi della mente la nonna posare il bastone che l'aiuta a camminare sulla sua carriola e, con quella, avanzare lentamente alla ricerca dei frutti migliori; gesti antichi e per lei abituali, ma carichi di amore e rispetto e sapienza contadina.
Un sacchetto di cavolo cappuccio già tagliato a strisce sottilissime. Le piantine giovani che ho trapiantato nel mio orto mi sono state donate dalla "muma" (una parola che indica le prozie), che da sempre riproduce la semenza della varietà antica coltivata nel mio borgo.
La terra che coltiviamo era quella che l'altra nonna di Iuri, sorella di mia nonna, sfalciava decenni fa, prima di vendere a dei forestieri.
Un contenitore con le mie carote, cucinate in rondelline sul fuoco di pigne e legna che scalda la nostra casa.
Un sacco con le foglie più esterne dei cavoli, per le galline che ci forniscono le uova.
Un biglietto con poche parole d'amore, ché anche se la nonna fa la dura e non è abituata alle smancerie, io so che le faranno piacere, come ho provato piacere io nello scriverle.
Ecco. Tutto qui. Ma ho visto il vero valore di queste poche, preziose cose.
Cibi del suo paese, a lei che da più di sessant'anni vive fuori da qui, non lontano, ma in un paese diverso, con un dialetto diverso, con memorie diverse.
Cibi preparati con amore, che fanno parte di un circuito di doni e scambi ricchi di altrettanto amore.
mercoledì 20 novembre 2013
Piccoli, grandi passi di Decrescita consapevole.
Scegliere consapevolmente una strada verso la Decrescita Felice ci ha permesso di non sentire troppo la "crisi" economica.
D'altronde noi stavamo già rinunciando a molte cose superflue (mica a tutto, però: abbiamo anche noi tenuto alcuni vizietti) e, anzi, nonostante abbiamo deciso che io lasciassi il mio lavoro "full time" per dedicare più tempo a figli e casa, siamo persino riusciti a risparmiare ed accantonare abbastanza da investire in migliorìe sulla nostra casa.
Siamo partiti praticamente dal nulla, con la fortuna di poter abitare per i primi anni nella mansarda di mia madre (quindi risparmiando sull'affitto) e qualche soldino accantonato, ma non certo grandi cose.
Nel giro di pochi anni abbiamo costruito una famiglia e una vita diversa da quella che vivevamo prima.
Non ci siamo mai fermati: serviva una caldaia nuova perché quella vecchia era capricciosa e consumava troppo? Perfetto, un po' di attenzione all'economia domestica e qualche taglio qua e là ed ecco fatto il lavoro. Un piccolo sacrificio ripagato con un risparmio sulle spese di riscaldamento.
La mansarda non era dotata di riscaldamento a legna? Ho preso di nuovo in mano l'agenda su cui segnavo entrate e uscite economiche al centesimo e, con qualche altra piccola rinuncia, ecco trovato il modo per risparmiare su qualcos'altro: in un paio d'anni il termocamino in maiolica si è ripagato, anche grazie al risparmio sul metano che ci ha permesso.
In più ci siamo goduti le fiamme vivaci nelle serate autunnali, i momenti romantici al calore arancione del faggio, i primi cibi cucinati nel forno a legna, il tepore asciutto e "vivo" del riscaldamento naturale.
E via di questo passo, taglia di qua, riduci di là, ci siamo abituati facilmente a vivere senza troppi oggetti superflui, a non andare più a bere il caffè al bar ogni giorno, a risparmiare su certe cose, a rinunciare ad altre.
Mi trucco solo in occasioni speciali e con poco, non vado da estetista e parrucchiere, non compro più scarpe inutili (ché tanto, con la vita che faccio, mi serve roba comoda e pratica, da usare fino alla distruzione!), i vestiti si utilizzano fino a farli diventare, letteralmente, stracci, utilissimi in officina.
La cosa più dura è stata rinunciare ai nostri frequenti acquisti di libri e dischi: i tagli alla cultura hanno colpito anche noi e abbiamo rinunciato a tre riviste mensili, ridotto all'osso la musica (ché tanto non abbiamo più tempo per ascoltarla in pace come piaceva a noi), dimezzato i libri in entrata, tolto dal carrello molti fumetti.
Contemporaneamente abbiamo comprato casa (piccola, purtroppo, ma così ci stanno meno cose e imparo a non accumulare troppo) e terreno, l'abbiamo ristrutturata facendo da soli tutto il possibile, attenti, come dicevo, al risparmio energetico ed al comfort (calore, luce naturale, giusto tasso di umidità, comodità): abbiamo trasformato un edificio terribilmente energivoro e freddo in una casetta calda, luminosa e con costi di mantenimento bassissimi.
Abbiamo riciclato tutto quello che potevamo, compresi i mobili: la mia cucina mi è stata donata, usata, da un fraterno amico che traslocava in una casa più piccola, ha fatto tre o quattro traslochi, è stata spezzettata e modificata, riassemblata e salvata. Ora alcuni pezzi li ho io, altri sono utilizzati da una famiglia di amici.
Questo mi fa felice, perché so di non aver sprecato risorse inutilmente e di non aver prodotto rifiuti; finché durerà la terrò cara, anche se non l'ho scelta io, ma ha un valore inestimabile perché quando cucino il mio amico Marino è con me nel dono che mi ha fatto, mio cugino Chicco che ci ha aiutati nel trasporto entra nei miei pensieri, ed è piena di ricordi felici.
I lavori continuano, mica sono finiti: si va avanti un passetto alla volta, secondo le nostre possibilità, comunque quest'anno abbiamo installato i pannelli fotovoltaici.
Così la nostra vita e le nostre abitudini non sono cambiate a causa della crisi, bensì noi ci siamo evoluti (ci stiamo evolvendo) e abbiamo cambiato stile per nostra scelta, una differenza enorme che consente di essere felici e soddisfatti.
D'altronde noi stavamo già rinunciando a molte cose superflue (mica a tutto, però: abbiamo anche noi tenuto alcuni vizietti) e, anzi, nonostante abbiamo deciso che io lasciassi il mio lavoro "full time" per dedicare più tempo a figli e casa, siamo persino riusciti a risparmiare ed accantonare abbastanza da investire in migliorìe sulla nostra casa.
Siamo partiti praticamente dal nulla, con la fortuna di poter abitare per i primi anni nella mansarda di mia madre (quindi risparmiando sull'affitto) e qualche soldino accantonato, ma non certo grandi cose.
Nel giro di pochi anni abbiamo costruito una famiglia e una vita diversa da quella che vivevamo prima.
Non ci siamo mai fermati: serviva una caldaia nuova perché quella vecchia era capricciosa e consumava troppo? Perfetto, un po' di attenzione all'economia domestica e qualche taglio qua e là ed ecco fatto il lavoro. Un piccolo sacrificio ripagato con un risparmio sulle spese di riscaldamento.
La mansarda non era dotata di riscaldamento a legna? Ho preso di nuovo in mano l'agenda su cui segnavo entrate e uscite economiche al centesimo e, con qualche altra piccola rinuncia, ecco trovato il modo per risparmiare su qualcos'altro: in un paio d'anni il termocamino in maiolica si è ripagato, anche grazie al risparmio sul metano che ci ha permesso.
In più ci siamo goduti le fiamme vivaci nelle serate autunnali, i momenti romantici al calore arancione del faggio, i primi cibi cucinati nel forno a legna, il tepore asciutto e "vivo" del riscaldamento naturale.
E via di questo passo, taglia di qua, riduci di là, ci siamo abituati facilmente a vivere senza troppi oggetti superflui, a non andare più a bere il caffè al bar ogni giorno, a risparmiare su certe cose, a rinunciare ad altre.
Mi trucco solo in occasioni speciali e con poco, non vado da estetista e parrucchiere, non compro più scarpe inutili (ché tanto, con la vita che faccio, mi serve roba comoda e pratica, da usare fino alla distruzione!), i vestiti si utilizzano fino a farli diventare, letteralmente, stracci, utilissimi in officina.
La cosa più dura è stata rinunciare ai nostri frequenti acquisti di libri e dischi: i tagli alla cultura hanno colpito anche noi e abbiamo rinunciato a tre riviste mensili, ridotto all'osso la musica (ché tanto non abbiamo più tempo per ascoltarla in pace come piaceva a noi), dimezzato i libri in entrata, tolto dal carrello molti fumetti.
Contemporaneamente abbiamo comprato casa (piccola, purtroppo, ma così ci stanno meno cose e imparo a non accumulare troppo) e terreno, l'abbiamo ristrutturata facendo da soli tutto il possibile, attenti, come dicevo, al risparmio energetico ed al comfort (calore, luce naturale, giusto tasso di umidità, comodità): abbiamo trasformato un edificio terribilmente energivoro e freddo in una casetta calda, luminosa e con costi di mantenimento bassissimi.
Abbiamo riciclato tutto quello che potevamo, compresi i mobili: la mia cucina mi è stata donata, usata, da un fraterno amico che traslocava in una casa più piccola, ha fatto tre o quattro traslochi, è stata spezzettata e modificata, riassemblata e salvata. Ora alcuni pezzi li ho io, altri sono utilizzati da una famiglia di amici.
Questo mi fa felice, perché so di non aver sprecato risorse inutilmente e di non aver prodotto rifiuti; finché durerà la terrò cara, anche se non l'ho scelta io, ma ha un valore inestimabile perché quando cucino il mio amico Marino è con me nel dono che mi ha fatto, mio cugino Chicco che ci ha aiutati nel trasporto entra nei miei pensieri, ed è piena di ricordi felici.
I lavori continuano, mica sono finiti: si va avanti un passetto alla volta, secondo le nostre possibilità, comunque quest'anno abbiamo installato i pannelli fotovoltaici.
Così la nostra vita e le nostre abitudini non sono cambiate a causa della crisi, bensì noi ci siamo evoluti (ci stiamo evolvendo) e abbiamo cambiato stile per nostra scelta, una differenza enorme che consente di essere felici e soddisfatti.
domenica 10 novembre 2013
Un bel tacer non fu mai scritto.
La tecnologia è una gran cosa, così come la libera circolazione di idee e notizie, ma il rovescio della medaglia è che molti, troppi, si riempiono la bocca (e i blog) di fesserie, di opinioni personali spacciate per vangelo, di visioni distorte dalla più becera ignoranza.
Un blog lo può aprire chiunque ed è facile scriverci sopra qualche riga (è evidente, lo sto facendo pure io in questo momento!) e non starò qui a fare il predicozzo sulle cialtronate, scritte in maniera pessima e seguite da centinaia di followers, che imperversano sul web; sui blog commerciali in cui l'avverbio "sì" viene costantemente scritto senza accento e in cui le virgole vengono sparse a caso insieme a refusi e errori (orrori) ortografici: chissà quanti ne scappano a me, che non sono certo una professoressa di italiano o un'accademica della crusca!
Ma, perdio!, un po' di umiltà e buonsenso ci vorrebbero.
Se un argomento non lo conosci o lo conosci solo per sentito vagheggiare, magari al giornale radio o nelle rubriche dei TG, non puoi ergerti a giudice, non hai il diritto di spacciare le tue "verità" decorate da pessima ironia sparsa come zucchero a velo su di una torta un po' bruciacchiata; è spacciare malainformazione (peggio dell'ignoranza, a mio parere) improvvisarsi esperti di realtà di cui non si ha proprio alba e tanto meno comprensione.
Fatto: mi sono sfogata.
Un blog lo può aprire chiunque ed è facile scriverci sopra qualche riga (è evidente, lo sto facendo pure io in questo momento!) e non starò qui a fare il predicozzo sulle cialtronate, scritte in maniera pessima e seguite da centinaia di followers, che imperversano sul web; sui blog commerciali in cui l'avverbio "sì" viene costantemente scritto senza accento e in cui le virgole vengono sparse a caso insieme a refusi e errori (orrori) ortografici: chissà quanti ne scappano a me, che non sono certo una professoressa di italiano o un'accademica della crusca!
Ma, perdio!, un po' di umiltà e buonsenso ci vorrebbero.
Se un argomento non lo conosci o lo conosci solo per sentito vagheggiare, magari al giornale radio o nelle rubriche dei TG, non puoi ergerti a giudice, non hai il diritto di spacciare le tue "verità" decorate da pessima ironia sparsa come zucchero a velo su di una torta un po' bruciacchiata; è spacciare malainformazione (peggio dell'ignoranza, a mio parere) improvvisarsi esperti di realtà di cui non si ha proprio alba e tanto meno comprensione.
Fatto: mi sono sfogata.
lunedì 4 novembre 2013
Luci ed ombre dell'educare.
Con un po' di giorni di ritardo rilancio l'argomento passatomi dalla mia nuova, preziosa amica Viviana.
Per scrivere sull'educazione bisognerebbe disporre di una rubrica a puntate anche perché, come scritto su Wikipedia, "L'educazione è l'attività, influenzata nei diversi periodi storici dalle varie culture, volta allo sviluppo e alla formazione di conoscenze e facoltà mentali, sociali e comportamentali in un individuo", quindi sarebbero molti gli aspetti da analizzare.
Sullo sviluppo e la formazione di conoscenze e facoltà mentali mi diverto un sacco con i miei figli ad imparare osservando, a fare ricerche, a spiegare, a collegare, ad analizzare, a trasmettere loro la curiosità, il piacere e il desiderio di conoscere.
Per il resto combatto quotidianamente una dura battaglia per mantenere l'equilibrio tra la Me stessa che desidera il pensiero critico e l'indipendenza per i propri figli - e crede di ottenerli con il dialogo e la fiducia- e il mio Io terribilmente severo ed esigente, quello con la fissa delle regole, quello intransigente, quello che pretende(rebbe) disciplina e ambisce alla perfezione (ma tanto sono una mamma imperfetta), che è poi quella parte di me ferocemente autocritica che mi porta a mettere più attenzione in quello che faccio e, quindi, ad ascoltare anche la Me stessa di cui sopra.
In pratica cerco di barcamenarmi, tra sensi di colpa terribili e sprazzi di malcelato orgoglio, nel mare di difficoltà che comporta l'essere genitori oggi.
L'idea che mi sono fatta è che alla nostra generazione venga chiesto molto di più che alla precedente, inoltre ci propongono e propinano decine di metodi educativi diversi, ognuno dei quali spacciato come l'Unico Giusto, ognuno dei quali tende a colpevolizzare e condannare ciò che è diverso.
Alla fine il rischio è quello di irrigidirsi in posizioni che non tengono conto del contesto in cui si vive, delle diversità naturalmente presenti tra un bambino e l'altro, della situazione famigliare e delle tante altre variabili che si possono presentare di volta in volta.
Quello che so, però, è che crescere dei figli significa crescere con loro.
Dedicare loro tempo, energie ed attenzione porta anche a migliorare sé stessi ed io sono grata ai miei tre figli per tutto quello che, a volte inconsapevolmente, mi insegnano.
Un'altra cosa di cui sono certa è che per me educare, nel senso sociale del termine, significa principalmente trasmettere compassione, rispetto, gentilezza; significa insegnargli a non prevaricare, senza per questo sottomettersi ai prevaricatori; significa stare alle regole, ma combatterle quando sono ingiuste, a costo di passare alla disobbedienza civile; significa far sapere che il potere è una cosa che puoi dare o togliere, che per questo i "potenti" non si devono temere; significa insegnare a ragionare anche sul lungo termine, sulle conseguenze delle proprie azioni.
A volte è snervante, più spesso di quanto si vorrebbe si sbaglia, in certi giorni ti senti a pezzi e ti verrebbe da piangere per quanto vedi tutto nero... ma, tirando le somme, l'impegno che si impiega nell'educare è ben ripagato dal vedere i bambini che, crescendo, sanno essere liberi conservando l'attenzione ai bisogni e alle esigenze delle altre persone (o piante, o animali), particolare di non poco conto, perché il rispetto per sé stessi non può essere svincolato dal rispetto verso gli altri.
Qui trovate l'elenco dei post su quest'argomento, aggiungetevi pure nei commenti.
Sara
Lunamonda
LibereLettere
Timo il Bruco
Latte&Champagne
Lancio la palla a Il mondo di Cì, a Voglio una mela blu e a My side of the lake, ovviamente senza obblighi.
Questo post partecipa all’iniziativa:
giovedì 3 ottobre 2013
Immagino.
Le lacrime spingono prepotenti per farsi strada, la gola è stretta in un nodo che punge e brucia.
Immagino.
Pochi giorni fa una notizia simile, meno grave, se così si può dire.
Anche lì le lacrime, a tradimento, in cucina.
Immagino. Mi immedesimo.
Lo stomaco in subbuglio per il mal di mare, e la fame, nonostante tutto.
Le lacrime e i singhiozzi.
L'odore della salsedine e quello acre della paura.
La puzza di urina, il sudore.
Immagino.
La fame, di nuovo, e la sete.
E la paura, di nuovo, ancora.
La sento io, nelle viscere, e si mescola alla nausea che mi provoca il pensiero dell'inutile e ipocrita cordoglio delle istituzioni.
Ipocrita, sì, perché io posso muovermi liberamente, cercare lavoro in Austria o in Gran Bretagna, cercare opportunità in altri luoghi, ma ad altri è impedito.
Inutile, come le leggi sull'immigrazione e le frontiere che impediscono la libera circolazione delle persone. Evidentemente inutili, visto il continuo susseguirsi delle tragedie.
Immagino. Mi immedesimo. E non so far altro che piangere.
Una canzone: "Ritals" di Gianmaria Testa (Da questa parte del mare, 2006)

Un libro che parla a noi e ai nostri figli:
"Quanto mare..." di Alfredo Stoppa e Sonia Maria Luce Possentini, Falzea 2008.
Il mare, visto con gli occhi di due bambini.
Uno affronta un viaggio in un barcone dell'orrore, l'altro viaggia con la propria famiglia per una spensierata gita.
Entrambi vedono, pensano, sperano.
Il mare, grande, immenso, attraente o spaventoso come sfondo.
Le lacrime spingono prepotenti per farsi strada, la gola è stretta in un nodo che punge e brucia.
Immagino.
Pochi giorni fa una notizia simile, meno grave, se così si può dire.
Anche lì le lacrime, a tradimento, in cucina.
Immagino. Mi immedesimo.
Lo stomaco in subbuglio per il mal di mare, e la fame, nonostante tutto.
Le lacrime e i singhiozzi.
L'odore della salsedine e quello acre della paura.
La puzza di urina, il sudore.
Immagino.
La fame, di nuovo, e la sete.
E la paura, di nuovo, ancora.
La sento io, nelle viscere, e si mescola alla nausea che mi provoca il pensiero dell'inutile e ipocrita cordoglio delle istituzioni.
Ipocrita, sì, perché io posso muovermi liberamente, cercare lavoro in Austria o in Gran Bretagna, cercare opportunità in altri luoghi, ma ad altri è impedito.
Inutile, come le leggi sull'immigrazione e le frontiere che impediscono la libera circolazione delle persone. Evidentemente inutili, visto il continuo susseguirsi delle tragedie.
Immagino. Mi immedesimo. E non so far altro che piangere.
Una canzone: "Ritals" di Gianmaria Testa (Da questa parte del mare, 2006)

Un libro che parla a noi e ai nostri figli:
"Quanto mare..." di Alfredo Stoppa e Sonia Maria Luce Possentini, Falzea 2008.
Il mare, visto con gli occhi di due bambini.
Uno affronta un viaggio in un barcone dell'orrore, l'altro viaggia con la propria famiglia per una spensierata gita.
Entrambi vedono, pensano, sperano.
Il mare, grande, immenso, attraente o spaventoso come sfondo.
mercoledì 2 ottobre 2013
Imparare il mondo
Scrivere su questo blog mi aiuta a fissare alcuni pensieri che, spesso, vagano come farfalle nella mia testa, rincorrendosi e inanellandosi apparentemente senza fine.
Pensieri che arrivano all'improvviso mentre ascolto la radio o leggo una frase o ricevo un input dal web; elucubrazioni solitarie mentre strappo le erbacce nell'orto o taglio l'erba del prato (i lavori noiosi e continuativi permettono riflessioni profonde); idee che si accavallano mentre pulisco casa; ragionamenti che si affastellano a partire da chissà poi cosa.
Capita poi che non riesca a scrivere tutto quello che elaboro nella mia testolina matta, ma mi è comunque utile anche solo il cercare di riordinare le idee immaginando di scriverle appena possibile.
Un po' come con i bambini: da quando ho figli guardo il mondo ancor più attentamente, vedo connessioni che prima mi sfuggivano, cerco (e spesso trovo) il lato positivo in ciò che accade, imparo dalle esperienze quotidiane, trovando sempre uno stimolo per approfondire i piccoli-grandi insegnamenti della natura, dei bambini, delle relazioni.
Diciamo che ci provo, magari non sempre con successo, ma con la volontà di capire e di migliorarmi, per "imparare il mondo" coi miei figli.
sabato 17 agosto 2013
Scelte di vita.
Indubbiamente siamo fortunati perché viviamo in un piccolo paese con poco traffico e circondati da persone che conosciamo, ma non è solo casualità: vivere in montagna è una scelta, che comporta anche sacrifici e difficoltà, logistiche e non solo.
Tanto per fare un esempio, il pronto soccorso più vicino è a più di 40 chilometri di strada da qui, e sto parlando di strade di montagna, mentre per il pronto soccorso pediatrico o per problemi oculistici la strada raddoppia.
Proseguendo, per andare alle scuole medie i ragazzi devono prendere la corriera delle 7:05 e sobbarcarsi un'oretta di viaggio, quando hanno i rientri pomeridiani tornano a casa alle cinque e venti, devono ancora studiare, fare i compiti e andare a letto presto per il risveglio all'alba.
Non parliamo poi delle superiori, che l'istituto più vicino e a un paio d'ore di corriera!
Vivere in montagna significa anche spalare la neve per cinque o sei mesi l'anno, anche dai tetti e non poca; fare l'orto per raccogliere verdura solo da luglio a ottobre, togliere il doppio di erbacce e sperare che una gelata tardiva o precoce non ti rovini tutto; scaldarsi con la legna (ma anche questa è in effetti una scelta...) comporta un certo lavoro sia per spaccarla che per "intassarla", accatastarla, portarla in casa ogni giorno, pulire il pavimento che si sporca di pece e trucioli e polvere, pulire la stufa e le canne fumarie.
Vivere in un paese come questo significa anche che i terreni e le case sono pieni di vincoli, dalla paesaggistica che non ti lascia aprire un abbaino ai vincoli idrogeologici che incombono su quasi tutto l'abitato: puoi viverci, ma non fare migliorie o ampliamenti.
In un posto dove tutti si conoscono, il pettegolezzo, la piccola grande cattiveria, la ripicca sono abbastanza comuni.
Non parliamo poi dell'argomento "acquisti", ché ovviamente non è facile... Quassù c'è l'indispensabile e anche qualcosina in più, ma mica trovi tutto, si sa.
Insomma, ci sono i pro e i contro, come in ogni scelta che si fa nella vita, anche se a volte è dura, in certi momenti ho pensato di andarmene, in certi periodi i "contro" diventano molto ingombranti.
L'importante è rendersi conto che non si tratta di "fortuna" o di "sfortuna": vivere qui, vivere così, è una scelta, e come ogni scelta comporta delle responsabilità e anche la possibilità di cambiare.
Rimanere è accettare -e affrontare- le difficoltà e, contemporaneamente, cercare di costruire qualcosa di buono; rimanere, per me, è anche contribuire a migliorare il nostro paese, per viverci meglio e per sentirsi parte di qualcosa.
Tanto per fare un esempio, il pronto soccorso più vicino è a più di 40 chilometri di strada da qui, e sto parlando di strade di montagna, mentre per il pronto soccorso pediatrico o per problemi oculistici la strada raddoppia.
Proseguendo, per andare alle scuole medie i ragazzi devono prendere la corriera delle 7:05 e sobbarcarsi un'oretta di viaggio, quando hanno i rientri pomeridiani tornano a casa alle cinque e venti, devono ancora studiare, fare i compiti e andare a letto presto per il risveglio all'alba.
Non parliamo poi delle superiori, che l'istituto più vicino e a un paio d'ore di corriera!
Vivere in montagna significa anche spalare la neve per cinque o sei mesi l'anno, anche dai tetti e non poca; fare l'orto per raccogliere verdura solo da luglio a ottobre, togliere il doppio di erbacce e sperare che una gelata tardiva o precoce non ti rovini tutto; scaldarsi con la legna (ma anche questa è in effetti una scelta...) comporta un certo lavoro sia per spaccarla che per "intassarla", accatastarla, portarla in casa ogni giorno, pulire il pavimento che si sporca di pece e trucioli e polvere, pulire la stufa e le canne fumarie.
Vivere in un paese come questo significa anche che i terreni e le case sono pieni di vincoli, dalla paesaggistica che non ti lascia aprire un abbaino ai vincoli idrogeologici che incombono su quasi tutto l'abitato: puoi viverci, ma non fare migliorie o ampliamenti.
In un posto dove tutti si conoscono, il pettegolezzo, la piccola grande cattiveria, la ripicca sono abbastanza comuni.
Non parliamo poi dell'argomento "acquisti", ché ovviamente non è facile... Quassù c'è l'indispensabile e anche qualcosina in più, ma mica trovi tutto, si sa.
In compenso ho imparato a non correre in ospedale per un raffreddore o per un taglietto da nulla, mi sono specializzata come infermiera di casa e tengo sempre cerotti, strip di sostituzione dei punti di sutura, bende, garze, tintura di iodio e ghiaccio a portata di mano e incrocio le dita, a volte però (come qualche sera fa) si fanno le corse "in giù" fino in ospedale.
Le scuole lontane fanno uscire i nostri ragazzi dal guscio protettivo della comunità, gli permettono di intessere relazioni anche con altre persone e di imparare a cavarsela un po' da soli.
Spalare neve mantiene in forma (e mi fa scoprire muscoli che non sapevo di avere...), a volte mi blocca la schiena, ma è pur sempre un'attività fisica!
Fare l'orto in queste condizioni, ostinandosi nel rifiuto di teli di plastica e prodotti chimici diventa un esercizio di pazienza non indifferente.
Spaccare legna mi insegna il rispetto verso questi esseri viventi grandi e forti che sono gli alberi, ho capito che l'energia e il comfort hanno un costo, non solo economico, imparo a dare un valore diverso alle comodità, a non sprecare energia, comprendo l'importanza di una buona coibentazione della casa.
Così ho imparato ad aspettare, a impegnarmi e a faticare per ottenere quello che desidero, e quello che ottengo è mille volte più apprezzato; ho aguzzato l'ingegno, imparato l'arte dell'arrangiarsi.
Ho imparato anche ad essere più comprensiva e diplomatica.
Ecco, e poi mi godo i mille piccoli privilegi delle piccole comunità: la possibilità di dare più libertà ai miei figli, il piacere di fermarmi a salutare gli anziani, il piacere di non sentirsi sola quando capita un piccolo incidente di percorso.
Insomma, ci sono i pro e i contro, come in ogni scelta che si fa nella vita, anche se a volte è dura, in certi momenti ho pensato di andarmene, in certi periodi i "contro" diventano molto ingombranti.
L'importante è rendersi conto che non si tratta di "fortuna" o di "sfortuna": vivere qui, vivere così, è una scelta, e come ogni scelta comporta delle responsabilità e anche la possibilità di cambiare.
Rimanere è accettare -e affrontare- le difficoltà e, contemporaneamente, cercare di costruire qualcosa di buono; rimanere, per me, è anche contribuire a migliorare il nostro paese, per viverci meglio e per sentirsi parte di qualcosa.
giovedì 8 agosto 2013
Chili di troppo e cura di sé stesse...
Sono sovrappeso e non ho tempo, soldi e forse nemmeno voglia di andare da parrucchiere-estetista-manicure con la regolarità di altre mie coetanee.Sono grassa, ho detto, ma questo non vuol dire che non mi prenda cura di me stessa o che non vorrei vedermi bella come tante altre donne che vedo ogni giorno.
Vero è che tendo a mangiare compulsivamente come altre fumano (io ho smesso nel momento in cui ho deciso di fare figli), ma cerco di stare attenta a non eccedere, mi diminuisco le porzioni e mi muovo di più.
In più, non ho la fortuna di avere quei bei lineamenti fini che fanno di certe donne formose delle sexy, bellissime e morbide dee.
Anch'io, come tutti, ho una giornata di "sole"24 ore. E sono una di quelle persone che hanno bisogno di dormirne almeno 7-8 per stare bene.Tre figli, due orti, un po' di lavoro extra casalingo per arrotondare lo stipendio da operaio del capofamiglia, la legna da spaccare, i prati da tosare la casa da aggiustare, pulire e curare.
Faccio l'infermiera, la parrucchiera e la cuoca per tutta la famiglia, cerco di autoprodurre e decrescere, faccio lo yogurt, il pane e i dolci in casa, essico le erbe per le tisane e preparo le conserve.
Ho trent'anni suonati e ancora non ho fatto la patente, vorrei imparare l'inglese e il tedesco e fare anche la patente della moto, mi piacerebbe fare roccia e magari anche karate, ho iniziato un anno a sciare di fondo e non mi dispiacerebbe tornare a ballare come quando ero ragazza, potete solo immaginare se riuscirei anche a trovare il tempo per andare a fare zumba nella palestra più vicina.
Ieri sera però mi sono sentita ferita quando, con tutte le migliori intenzioni del mondo, un mio carissimo amico mi ha fatto capire che pensa che io mi sia lasciata troppo andare da quando sono diventata mamma, dice che "ora basta svaccare" e che dovrei, secondo lui, pensare di più a me stessa e rimettermi in forma.Perché, ormai, sfornati tre figli, ho finito il mio percorso (!) e dovrei quantomeno dedicare il 50% del tempo a me e il restante a loro.
Ma io mi prendo cura di me stessa! Mangiando (abbastanza) sano, bevendo raramente alcolici (ok, in estate sforo un po' bevendo un paio di birre in compagnia, ma non è granché), non fumando, facendo vita all'aria aperta nei miei orti o nel bosco.Mi prendo cura della mia mente, mi ritaglio qualche spazio per leggere, pensare, scrivere questo blog, informarmi, coltivare amicizie speciali che mi arricchiscono nell'animo.
Poi non mi rimane più tempo, così mi accontento di essere pulita e (abbastanza) ordinata, e, anche se i miei capelli sono sempre raccolti in una semplice treccia invece che in piega da coiffeur, non mi sento poi così "trascurata".Ieri ero proprio contenta, mia madre mi ha regalato una bellissima e morbida blusa che esalta le mie forme e mi faceva sentire proprio carina: scoprire che, nonostante i piccoli gesti che sto cercando di fare per sentirmi più carina, le persone a me care continuano a vedermi come una vecchia ciabatta mi ha fatto piuttosto male.
E io scrivo, ché è terapeutico.
E guardo le immagini della Hilda di Duane Bryers, che mi fanno sentire meglio.
martedì 30 luglio 2013
Un'estate in libertà.
"La libertà non è star sopra un albero..." cantava il grande Gaber, ma si sbagliava.
Una delle cose che più mi riempiono di gioia (e un po' di paura, lo ammetto), è la sensazione di assoluta libertà di un bambino che si arrampica su un albero e, magari, se ne sta pure seduto -bello bello- su di un ramo a "non far niente".
Liberi di scegliere come passare l'estate, liberi di non partecipare.
Non partecipare ai centri estivi che a volte sono peggio della scuola, non partecipare alle settimane standardizzate e organizzate al campo vacanze al mare, non partecipare a uscite con gli scout o non partecipare al corso di equitazione perché l'anno prima si ha avuto paura.
Quest'anno ho lasciato Harald (e in parte anche Hilde) libero di gestirsi la propria estate, con degli ovvi paletti e delle giuste regole, ma, in linea di massima, molto free. Anche i suoi maestri erano della stessa opinione: è un bambino che si impegna molto in quello che fa e meritava una vacanza vera, quindi non l'hanno caricato di compiti e si sono affidati alla sua naturale voglia di conoscere, leggere ed esplorare.
E lui sta passando un'estate invidiabile.
In compagnia di chi sfalcia, per imparare i confini dei campi e i trucchi del mestiere; imparando a seguire i sentieri con lo zainetto sulle spalle; facendo amicizia con persone nuove; andando al corso di tennis da solo in bicicletta (ma come diamine farà ad affrontare quella salita???); giocando con bambini appena conosciuti; godendosi la compagnia di adulti e bambini, scrittori e operai, sportivi e anziani, facendosi amare da tutti, perché è un bambino eccezionale.
Ecco, per me i bambini devono essere lasciati liberi, ma senza mai dimenticare che sono bambini. Quindi hanno bisogno di regole e di fiducia in proporzioni che mantengano un perfetto equilibrio.
Dargli fiducia impone di aver prima fatto un lavoro accurato sul rispetto degli altri, sull'educazione e la gentilezza, su chi fidarsi, sul cosa fare se si è in difficoltà, sull'economia domestica e sulla sana alimentazione perché non vadano al bar a ingozzarsi di porcherie dicendo "dopo passa il papà a pagare" (ho visto bambini farlo); è necessario dotarli di tutto ciò che può servirgli, dall'orologio per sapere quando è ora di tornare a casa, al senso di rispetto perché non facciano stupidaggini.
La libertà non è un diritto automatico e gratuito: la libertà porta sempre con sé un carico di responsabilità, altrimenti è solo una farsa, un' arrogante pretesa, una spocchiosa imposizione del proprio volere.
Una delle cose che più mi riempiono di gioia (e un po' di paura, lo ammetto), è la sensazione di assoluta libertà di un bambino che si arrampica su un albero e, magari, se ne sta pure seduto -bello bello- su di un ramo a "non far niente".
Liberi di scegliere come passare l'estate, liberi di non partecipare.
Non partecipare ai centri estivi che a volte sono peggio della scuola, non partecipare alle settimane standardizzate e organizzate al campo vacanze al mare, non partecipare a uscite con gli scout o non partecipare al corso di equitazione perché l'anno prima si ha avuto paura.
Quest'anno ho lasciato Harald (e in parte anche Hilde) libero di gestirsi la propria estate, con degli ovvi paletti e delle giuste regole, ma, in linea di massima, molto free. Anche i suoi maestri erano della stessa opinione: è un bambino che si impegna molto in quello che fa e meritava una vacanza vera, quindi non l'hanno caricato di compiti e si sono affidati alla sua naturale voglia di conoscere, leggere ed esplorare.
E lui sta passando un'estate invidiabile.
In compagnia di chi sfalcia, per imparare i confini dei campi e i trucchi del mestiere; imparando a seguire i sentieri con lo zainetto sulle spalle; facendo amicizia con persone nuove; andando al corso di tennis da solo in bicicletta (ma come diamine farà ad affrontare quella salita???); giocando con bambini appena conosciuti; godendosi la compagnia di adulti e bambini, scrittori e operai, sportivi e anziani, facendosi amare da tutti, perché è un bambino eccezionale.
Ecco, per me i bambini devono essere lasciati liberi, ma senza mai dimenticare che sono bambini. Quindi hanno bisogno di regole e di fiducia in proporzioni che mantengano un perfetto equilibrio.
Dargli fiducia impone di aver prima fatto un lavoro accurato sul rispetto degli altri, sull'educazione e la gentilezza, su chi fidarsi, sul cosa fare se si è in difficoltà, sull'economia domestica e sulla sana alimentazione perché non vadano al bar a ingozzarsi di porcherie dicendo "dopo passa il papà a pagare" (ho visto bambini farlo); è necessario dotarli di tutto ciò che può servirgli, dall'orologio per sapere quando è ora di tornare a casa, al senso di rispetto perché non facciano stupidaggini.
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| libera farfalla... |
La libertà non è un diritto automatico e gratuito: la libertà porta sempre con sé un carico di responsabilità, altrimenti è solo una farsa, un' arrogante pretesa, una spocchiosa imposizione del proprio volere.
mercoledì 10 luglio 2013
La frustrazione nella decrescita.
Abbiamo la tendenza a mostrare sul web il lato migliore di noi e delle nostre scelte, ovvio, normale. Terapeutico, forse.
Ma come posso nascondervi la frustrazione di certe giornate?...
Quando senti tutta la fatica delle decisioni che hai preso, quando senti la schiena gridare vendetta, quando ti rendi conto che il tipo di vita che stai facendo comporta un carico di impegni e preoccupazioni ben superiore a quello che pensavi.
E ti senti incompreso, perché chi non prova certi ritmi non ti capisce, e pensa "che sarà mai star dietro all'orto, è solo un hobby come tanti", ma non sa che non si tratta solo di quello.
Perché abbiamo preso seriamente il nostro impegno, perché non siamo ricchi e non abbiamo le spalle coperte da benessere o genitori nel caso ci stancassimo del nostro stile di vita.
Perché non è un gioco e non è un passatempo per i week-end, è un impegno a tempo pieno, che segue solo il corso delle stagioni e della natura, non puoi relegarlo ai momenti liberi o di noia, non puoi rimandare anche se sei stanco perché hai avuto problemi al lavoro, non puoi trascurare per troppo tempo certe incombenze, altrimenti poi la paghi.
Ecco. A volte è così. Non sempre è così. Spesso è così. Sarebbe giusto dirlo, ogni tanto.
Quando senti tutta la fatica delle decisioni che hai preso, quando senti la schiena gridare vendetta, quando ti rendi conto che il tipo di vita che stai facendo comporta un carico di impegni e preoccupazioni ben superiore a quello che pensavi.
E ti senti incompreso, perché chi non prova certi ritmi non ti capisce, e pensa "che sarà mai star dietro all'orto, è solo un hobby come tanti", ma non sa che non si tratta solo di quello.
Perché abbiamo preso seriamente il nostro impegno, perché non siamo ricchi e non abbiamo le spalle coperte da benessere o genitori nel caso ci stancassimo del nostro stile di vita.
Perché non è un gioco e non è un passatempo per i week-end, è un impegno a tempo pieno, che segue solo il corso delle stagioni e della natura, non puoi relegarlo ai momenti liberi o di noia, non puoi rimandare anche se sei stanco perché hai avuto problemi al lavoro, non puoi trascurare per troppo tempo certe incombenze, altrimenti poi la paghi.
Sembrava romantica e divertente l'idea di lavorare insieme alla ristrutturazione di casa, oltre ad essere una necessità data dal costo elevato dell'acquisto della stessa,
sembrava semplice gestire l'orto con tre figli, pensavamo di poterli coinvolgere tranquillamente,
sembrava divertente l'idea di spaccare legna in compagnia, marito e moglie, immaginavamo i bambini che, ridendo, avrebbero aiutato ad accatastare la legna tagliata,
sembrava serena l'autoproduzione alimentare, con l'immagine felice nella mente della massaia col grembiule che, sorridente, riempie vasetti di zucchine sott'olio e taglia verdure per il minestrone, o di una bambina gioiosa che, sporca di farina, sguscia un uovo sotto la supervisione materna......
E invece...
...invece non è sempre così, anzi, a dirla tutta è raramente così:
Demolire pareti è faticoso, molto. Per fare la malta bisogna avere esperienza e sapere le dosi precise di acqua, cemento e sabbia, altrimenti rischi (come noi) di trovarti le tavelle che non stanno su e di dover rifare tutto. Vivere in una casa mezzo demolita può essere difficile, non solo avventuroso. Anche il soffitto l'abbiamo rifatto 2 volte, la prima abbiamo dovuto sperimentare l'uso del cartongesso, per poi arrenderci e tornare all'idea del legno (in effetti sono contenta che sia andata così, anche se ora mi avanzano un sacco di pannelli di cartongesso!).
Spesso i figli piccoli sono più d'intralcio che d'aiuto, e insegnare loro a fare le cose, anche le più semplici, richiede un'immensa pazienza e tempo e attenzione, cose che non è sempre scontato avere a disposizione mentre si lavora.
Quando hai finito di spaccare la legna accatastata, ti trovi anche la schiena a pezzi, non solo l'abete... e la stanchezza non aiuta certo a mantenere toni sereni tra marito e moglie.
E, dopo che hai tosato 2000 mq di terreno accidentato, dopo aver passato 2 ore china sulla terra umida a estirpare erbacce, dopo aver affrontato ogni sorta di grana al lavoro, dopo esserti scapicollata a destra e a manca per radunare i tuoi figli ormai allo stato brado... dopo, come e dove trovi la forza e la voglia di fare anche una semplice torta?
Anche se poi basta poco
- sdraiarsi sul prato a guardare il mondo da un'altra prospettiva,
scaldarsi nelle sere più freddine con la legna spaccata l'autunno precedente,
svegliarsi, aprire le finestre e sentire l'odore del fieno,
i figli che si rincorrono giocando felici,
guardare un bambino che cerca di aiutare come può,
il sole della sera che illumina il tuo lavoro finito,
mangiare l'insalata fresca appena raccolta
o uscire a prendere a due passi da casa quello che serve per preparare il pranzo -
basta davvero poco, perché il mio viso si rassereni e la fatica trovi sollievo e scopo.
| Il lavoro di ieri... |
| ... e quello di domani. |
| Cucina locale per rifocillarsi: frico e polenta. |
giovedì 30 maggio 2013
Il mio ruolo di madre.
Bambini miei,
quante volte ho pensato di smetterla di combattere contro i mulini a vento...
Quante volte mi sono detta che sarebbe meglio se facessi la "brava casalinga" occupandomi solo di cibo, pulizia e piccoli malanni...
Quante volte ho dubitato dell'importanza del mio contributo per migliorare il mondo in cui viviamo...
Eppure.
Eppure no, non credo che l'essere madre si fermi alla cura della casa, al nutrimento del corpo, al disinfettare le piccole ferite:
sono fermamente convinta che sia altrettanto importante che io abbia cura del vostro futuro, che io nutra la vostra mente, che io cerchi di combattere le infezioni terribili che sono l'ignoranza, l'indottrinamento, l'inquinamento della natura e delle coscienze.
E allora vado avanti, sbatto, barcollo, cado e mi rialzo, a volte riesco a fare qualcosa di buono, a volte aggiungo il mio contributo -magari piccino- al nostro e al vostro domani; ci provo, bambini miei, testardamente tento di migliorarmi e di lasciarvi in eredità la possibilità di essere migliori di me, in un mondo migliore.
Voi perdonate, se potete, la mia imperfezione, i miei momenti di rabbia e le mie piccole mancanze: non sarò perfetta, ma vi amo immensamente.
martedì 14 maggio 2013
Un Non-Luogo alienante.
Prendo in prestito un'illustrazione vista sulla pagina di Alfredo Stoppa per farvi capire cosa ho visto la settimana scorsa:
O almeno questo è quello che mi è parso di vedere entrando al Città Fiera di Udine. Forse per molti è normale, ma io entro in posti del genere meno di una volta all'anno e, quando lo faccio, vedo un mondo a me lontano e ne studio con distaccato interesse le dinamiche.
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| Tavola tratta da "Cappuccetto Rosso: una fiaba moderna" di Roberto Innocenti |
O almeno questo è quello che mi è parso di vedere entrando al Città Fiera di Udine. Forse per molti è normale, ma io entro in posti del genere meno di una volta all'anno e, quando lo faccio, vedo un mondo a me lontano e ne studio con distaccato interesse le dinamiche.
Una mamma che fa misurare alcune paia di scarpette col tacco alla figlia di 8/9 anni...
una donna con decine di potenziali acquisti sparpagliati davanti a sé telefona all'amica descrivendoli tutti e cercando conferme ("...quasi quasi chiudo gli occhi e li scelgo tutti!")...
scaffali immensi e altissimi con prodotti tutti uguali, ma leggermente diversi....
immensi parcheggi a più piani...
il commesso che mi spiega come ora quando scrivono "punto vita regolare" sui pantaloni intendono quello che pochi anni fa era "vita bassa", che la "vita bassa" ora è inguinale, che se voglio un paio di pantaloni comodi ho sbagliato negozio (tra parentesi, il commesso mi è piaciuto un sacco e lo vorrei come mio amico "sporadico") ...
emarginati ignorati, bambini strattonati, piedi strascicati, vestiti firmati, vestiti s-firmati, lavoratori sfruttati, involucri inutili gettati, colori sgargianti, bisogni indotti, tempo sprecato, alienazione.
Però ho giocato e mi sono divertita a misurare, fotografare e riporre al loro posto un paio di scarpe che mi sono piaciute, ma per la vita che faccio sarebbero state inutili: eccole.
giovedì 2 maggio 2013
Il costo reale delle merci e la strage dei lavoratori in Bangladesh.
Ai miei figli insegno sempre che le cose che acquistiamo hanno un costo e, se ti sembra quasi regalato è perché qualcun'altro le sta pagando per te. Basta con l'usa e getta, basta coi vestiti usati per una o due stagioni e poi gettati via (o dati ai poveri, così ci si pulisce la coscienza...), basta con la merce apparentemente senza valore, dietro cui si nasconde il valore più grande: la vita delle persone sfruttate per produrre.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/bangladesh-strage-di-lavoratori-tessili-e-foto-incastrano-benetton/578789/
Smettiamola di far pagare il nostro benessere a quegli "invisibili" al di là dei nostri sorvegliatissimi confini; ridiamo la giusta importanza a ciò che acquistiamo; restituiamo la dignità alle persone nascoste nelle fabbriche "de-localizzate"; restituiamo dignità a noi stessi, la dignità di saper pensare e scegliere; rendiamo la dignità ai nostri figli, che non devono più essere manichini vestiti secondo i dettami della moda da un pugno di multinazionali senza scrupoli.
E come per i vestiti questo discorso vale per ogni acquisto: sì, il frullatore mi costa solo 10€ (giuro, li ho visti qualche giorno fa in un supermercato in cui non entravo da 12 anni), tanto poi se si rompe ne compro un altro. Ma chi paga realmente al posto tuo?
Vi sembra normale che un chilo di pane costi 4/6 € e un elettrodomestico (che una volta duravano una vita, o quasi!) solo 10 €?
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/bangladesh-strage-di-lavoratori-tessili-e-foto-incastrano-benetton/578789/
Smettiamola di far pagare il nostro benessere a quegli "invisibili" al di là dei nostri sorvegliatissimi confini; ridiamo la giusta importanza a ciò che acquistiamo; restituiamo la dignità alle persone nascoste nelle fabbriche "de-localizzate"; restituiamo dignità a noi stessi, la dignità di saper pensare e scegliere; rendiamo la dignità ai nostri figli, che non devono più essere manichini vestiti secondo i dettami della moda da un pugno di multinazionali senza scrupoli.
E come per i vestiti questo discorso vale per ogni acquisto: sì, il frullatore mi costa solo 10€ (giuro, li ho visti qualche giorno fa in un supermercato in cui non entravo da 12 anni), tanto poi se si rompe ne compro un altro. Ma chi paga realmente al posto tuo?
Vi sembra normale che un chilo di pane costi 4/6 € e un elettrodomestico (che una volta duravano una vita, o quasi!) solo 10 €?
giovedì 18 aprile 2013
Briciole...
Perché i "furbetti" e gli arroganti traffichini senza arte né parte spesso ricoprono ruoli di comando o hanno in qualche modo "potere"?
Perché i miserabili che gli girano attorno li lasciano autoincoronarsi "reucci" e gestire la pagnotta sperando meschinamente di raccoglierne le briciole o qualche tozzo lasciato cadere a terra come si lascia l'avanzo ai cani.
Stupidi miserabili.
martedì 16 aprile 2013
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
Sono delusa e mi sembra di perdere le speranze.
vedo sempre più spesso le persone rivelarsi per quello che sono in realtà, scoprendo le loro menzogne gratuite e fuorvianti, le loro false ideologie e la loro ipocrisia.
Molti, troppi sono gli egoisti, malati di estremo protagonismo, che fanno gli "alternativi", si fingono spiriti comunitari mentre in realtà sono solo avidi e infidi come serpenti affamati.
La cosa che più mi rattrista è constatare di non potersi fidare che di pochissime persone, rare anime affini che vivono in maniera palese e portano sprazzi di benessere emotivo nei luoghi che visitano.
Francamente sono stufa di incontrare persone che predicano la comunitarietà e poi venderebbero la madre per i propri interessi. Trovo che ci sia troppa gente ancora impegnata a perseguire qualche miserabile forma di potere a costo di scavalcare, ferire e distruggere qualcun'altro.
Questa forma di rivalità estrema, di "scollegamento" tra le persone e tra i singoli e la società ci ha portato ad una crisi che da anni ormai riempie le bocche e i giornali di vacue parole, ma ancore troppe persone non hanno capito che, per uscire da questo periodo cupo, bisogna cambiare rotta, è necessario rivedere i nostri comportamenti, "farsi un esame di coscienza", come si diceva una volta.
Sono stanca anche di sentire dire che bisogna ribaltare il Parlamento, cambiare la politica, cacciare i rom e gli immigrati che "ci rubano il lavoro e i soldi delle nostre tasse", che "vivono e si arricchiscono a spese nostre senza contribuire".
Lo vogliamo capire o no che questa dannata classe politica rappresenta effettivamente buona parte degli italiani? Furbetti, arrivisti, traffichini, baciapile, voltagabbana, puttanieri e misogini: guardiamoci attorno e scopriremo quanti ne incontriamo tutti i giorni.
Poi ce la prendiamo con chi è diverso, ci facciamo la guerra tra poveri lasciando che qualcuno ci costringa (come schiavi buttati nell'arena) a combatterci per una casa popolare, per un sussidio, per qualche miserabile sconto.
Ma, appena se ne presenta l'occasione, quanti di noi si fanno remore ad approfittare della debolezza altrui? Quanti, pensando di essere scaltri, tradiscono e rubano, evadono dai propri doveri e si ricordano solo dei diritti?
Non possiamo cambiare la società partendo dal governo: dobbiamo cambiare prendendo in mano le nostre vite, prima di tutto, la comunità in cui viviamo, il Comune, l'associazione, il clan o il club di cui facciamo parte. Poi si può passare alla Provincia, alla Regione, allo Stato.
Ma, quanto è vero!, lo Stato siamo noi, benché a molti di noi non sembri; la società non può migliorare per miracolo se noi per primi non ci comportiamo in maniera corretta, se ognuno di noi guarda solo ai propri bisogni.
È ora di abbandonare questi atteggiamenti da ignoranti senza cervello.
È ora di cambiare in meglio, cominciando da noi stessi.

« Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. » |
| (Mahatma Gandhi) |
mercoledì 27 marzo 2013
Etica atea
Negli ultimi anni mi è capitato più volte di sentire persone asserire l'impossibilità di un'etica atea, ovvero una specie di monopolio dell'etica da parte di credenti e religiosi.
I sostenitori di questa tesi (lasciandomi parecchio perplessa) si lanciano solitamente in assurdi voli pindarici in cui tentano di dimostrare che la gentilezza verso il prossimo, il perdono ed altre caratteristiche positive, sono proprie di chi segue le "leggi" cristiane (o, probabilmente anche di altre religioni), mentre un ateo, non credendo in esseri superiori di puro amore, non possono certo essere dotati di etica.
Io sono atea.
Sono stata cresciuta come protestante da mia madre, mentre mio padre inventava sempre nuove bestemmie per compensare.
La domenica cantavamo i salmi accompagnati dalla chitarra di mia madre o dal pianoforte di mia sorella.
Quando potevo frequentavo la scuola domenicale e la funzione in chiesa, ma eravamo lontane e mio padre si rifiutava di accompagnarci.
Mia nonna mi insegnava a leggere sui primi salmi, ogni mattina in famiglia leggevamo il foglietto del calendario della chiesa dell'Assemblea di Dio in Italia, commentandolo e approfondendo sulla bibbia.
Disegnavo sulla mia bibbia personale catene spezzate con la scritta "Gesù ci libera" mentre ascoltavo gli Inti Illimani (ok, ve lo concedo, forse facevo un accostamento un po' azzardato, ma ero davvero piccola!).
Piangevo di sofferenza pensando che Satana aveva preso potere sul mondo.
Poi sono arrivati gli anni dell'adolescenza, i giri al mercato in cui conoscevo persone che passavano sei mesi all'anno in India, la curiosità e la lettura di testi induisti.
Dopodiché la curiosità verso la madre della mia amica che frequentava uno di quei gruppi molto arancioni di seguaci di Krisna.
Poi lo studio in solitaria delle varie possibilità.
Verso i vent'anni un ritorno al Cristianesimo con una sporcatura di animismo (Dio è in tutte le cose, non posso negare la Sua esistenza: guarda la perfezione del Creato), la fase "io sono veramente cristiana, cioè seguace di Cristo, non la Chiesa", lo studio della Bibbia, le discussioni con testimoni di Geova, preti e madri, la deriva del "ma se ci fai caso, tutte le religioni dicono di base le stesse cose", il "forse è vero che Gesù ha viaggiato in Asia e ha conosciuto il buddhismo.....
Le folli letture di Icke (giuro, non ci sono mai cascata!), i confronti con i cattolici che protestano (ma non sanno della scissione di qualche secolo fa? nessuno gli ha mai parlato di Lutero?), le idee di Fo e di Padre Zanotelli.
Infine il disinteresse.
Oh, insomma! La verità è che, ora come ora, trovo assolutamente ininfluente che esista o meno un Grande Padre a mo' di Grande Fratello, non mi sento vincolata nelle mie scelte dall'idea di un dio buono o cattivo, che soffre per i miei errori o vendicatore.
Era una "stampella". L'idea di dovermi comportare bene perché un certo Dio lo chiede era una stampella. Il padre celeste sempre pronto ad amarmi e consolarmi era una stampella.
Ora sento che posso e voglio avere un'etica per puro senso di giustizia, ma anche perché credo che tutto sia interconnesso, semplicemente. Fare bene crea altro bene. E mi basta.
Detto questo credo di aver riassunto il mio pensiero senza bisogno di elencare noiosi esempi a sostegno della mia tesi.
Io sono atea, dicevo, ma non mi sento meno "buona" di chi è credente.
(Non me ne vogliano i miei molti amici credenti: questi sono pensieri che valgono per me, non necessariamente per altri. Il rispetto reciproco deve sempre essere alla base delle relazioni.)
P.S.
L'altro giorno una persona mi ha detto che non crede negli atei... divertente schermaglia durata pochi minuti al termine della quale mi sono definita "diversamente credente"... così va meglio? ;-)
martedì 26 febbraio 2013
Il tempo per le cose importanti.
I mille e più impegni con cui ogni giorno riempiamo le nostre giornate ci impediscono troppo spesso di fermarci ed ascoltare. Ascoltare i nostri anziani, ascoltare le persone vicino a noi che , per educazione, timidezza o innata ritrosia, non strillano le loro opinioni, non stanno sempre lì, col fiato sul nostro collo, a dirci "ai miei tempi" o "oggi è tutto sbagliato"; quelli che sei certo avrebbero tante cose da insegnare, quelli che hanno vissuto tanto e hanno la sacralità nelle proprie mani, nei gesti antichi e sicuri con cui creano e fanno, nella grazia dei loro mestieri, ormai quasi perduti. E rimandiamo ad un domani che non arriva mai la visita a quelle persone che pur amiamo.
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Chissà se gli ho detto abbastanza volte che gli volevo bene? Avrà saputo quanto lo ammiravo?
Giusto un paio di giorni fa mio figlio grande mi diceva di voler andare a chiedergli di insegnargli a fare salami, perché i suoi erano i migliori. Ora è tardi: abbiamo perso un uomo dai mille talenti, all'improvviso.
Non bisognerebbe mai rimandare le cose veramente importanti, come portare un abbraccio a chi amiamo, ascoltare chi sa, imparare da chi non osa insegnare.
Mi rimarrà sempre nel cuore il ricordo e l'affetto per una persona meravigliosa, e il rimpianto di non aver passato più tempo con lui.
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